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icona  Reperti di grande importanza

bronzi10.jpgIl gruppo noto come i “Bronzi dorati da Cartoceto di Pergola” costituisce uno dei pochissimi grandi gruppi scultorei equestri in bronzo di età romana giunti fino a noi, paragonabili, come imponenza, solo al Marco Aurelio di Roma ed ai cosiddetti “Cavalli di San Marco” di Venezia, entrambi impreziositi, come questo, dalla doratura.

Essi furono rinvenuti casualmente, nel corso di lavori agricoli, nel 1946, presso la località di S.Lucia di Calamello, presso Cartoceto, in Comune di Pergola (nel territorio provinciale di Pesaro e Urbino), privi di contesto archeologico, ammassati in frammenti in una fossa appositamente scavata nel terreno, non a grande profondità (frutto quindi, con ogni probabilità di un antico saccheggio, per essere riutilizzati per il valore del metallo) furono recuperati quando erano già in procinto di finire sul mercato antiquario grazie allo zelo ed alla sollecitudine del prof. Nereo Alfieri, all’epoca Ispettore della Soprintendenza.

Trasferiti presso il Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona, dove oggi si trovano una replica identica ed il gruppo ricostruttivo, furono restaurati una prima volta tra il 1948 ed il 1959, con i criteri un po’ discutibili dell’epoca, e successivamente,  tra il 1975 ed il 1986, presso il Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica della Toscana, con moderni ed aggiornati criteri scientifici, accompagnati da accurate analisi archeometriche, e con la contemporanea pubblicazione dell’edizione del restauro stesso e dell’esame storico-artistico.

Il gruppo comprende due figure maschili a cavallo e due figure femminili a piedi, rappresentate in un’iconografia che ne connota un alto rango: i primi studi attribuivano il gruppo alla prima età imperiale (inizi del I secolo d.C.) nell’ambito della famiglia Giulio-Claudia, riconoscendo nella donna di cui si conservano le fattezze Livia, moglie di Augusto, e nelle figure maschili Nerone Cesare, figlio di Germanico ed il fratello Druso, vittime del reggente di Tiberio, Seiano.

bronzi11.jpgMolto più verosimilmente, ricerche successive retrodatano le sculture al I secolo a.C., tra l’età cesariana e gli inizi di quella augustea (50-30 a.C.), attribuendole invece ad una cospicua famiglia di rango senatorio, con possibili legami di origine con il territorio marchigiano.

La fusione,  realizzata a cera persa con il metodo indiretto, risulta di ottima qualità tecnica, probabilmente grazie anche alla scelta della terra impiegata per l’anima che contiene, nel dimagrante, come accertato nelle analisi, minerali di origine vulcanica. L’officina per la fusione peraltro potrebbe trovarsi anche nel territorio marchigiano ed in particolare a Sentinum (Sassoferrato) dove sono stati rinvenuti numerosi e significativi reperti ascrivibili ad una fonderia capace di produrre opere simili.

Parimenti insoluto è il problema dell’originaria collocazione del gruppo che tuttavia non doveva discostarsi da uno dei centri romani più prossimi alla località del rinvenimento.