Home Edizione 2006 Contatti Link Mappa


 
icona  Versione Inglese e Francese
 TitleOwnerCategoryModified DateSize (Kb) 
L'annunciazione in ingleseRegione Marche 04/10/2007SconosciutoDownload
L'Annunciazione in franceseRegione Marche 04/10/2007SconosciutoDownload

      
icona  L'opera prestigiosa custodita ad Ascoli Piceno vola in Canada

Mercoledì 17 ottobre alle ore 17,30 presso il Muse`e des Beaux Arts di Montréal sarà inaugurata la mostra 'L'annunciazione' di Guido Reni  (Bologna 1575-1642). L'opera dipinta ad olio su tela (cm.237x164) nel 1628 è costudita ad Ascoli Piceno, nella Pinacoteca Civica, inv.399.

Come testimonia Giovanni Battista Passeri nella vita dedicata a Guido Reni, l’artista bolognese, non appena  manifestò ai signori Bolognetti la volontà di dedicarsi alla pittura, venne dai suoi protettori introdotto presso lo studio del pittore fiammingo Calvaert, artista di gran nome nella città felsinea: questi avviò il giovane Guido alla pratica del disegno e lo consigliò di studiare le opere di Albrecht Durer.

“So” scrive il Passeri “ che ad alcuni dell’arte parerà strana questa scorta seguita da Guido di Alberto, tenendo quell’uomo per pericoloso ad essere imitato per essere secco, tagliente e pittore proprio del suo cognome, ma però chi guarda con occhio non infermo le opere di quel grand’uomo vi troverà  grandissima cagione di studio, e d’imitazione, perché sono opere degne di essere osservate”.

Con questa exscusatio non petita il Passeri rispondeva così in anticipo alle critiche che potevano essere mosse circa la scelta anacronistica di indicare Durer come modello, scelta certo dettata anche dall’origine fiamminga del Calvaert, ma motivata soprattutto dalla fama internazionale dell’artista tedesco e dalla notorietà delle sue incisioni, che circolavano negli ateliers artistici italiani ed erano oggetto di studio da parte dei giovani allievi dei grandi maestri.

DSCF2440.jpgAnche l’interesse di Guido Reni nei riguardi della produzione dureriana sembra essersi concentrato soprattutto nello studio delle sue xilografie, apprezzate per la correttezza del disegno e l’equilibrio compositivo: dalla celeberrima serie di incisioni dedicate alla Vita della Vergine, giudicate dal Vasari tanto belle “… che non è possibile per invenzione, componimenti di prospettiva, casamenti, abiti e teste di giovani e vecchi far meglio”, l’artista bolognese trasse ispirazione per la redazione della “Annunciazione” proveniente dalla chiesa ascolana di Santa Maria della Carità, opera commissionata al Reni dalla marchesa Dianora Alvitreti che nel 1626 aveva incaricato l’artista ascolano Sebastiano Ghezzi di eseguire un altare in stucco, ispirato ai modelli ornamentali introdotti da Federico Zuccari a Loreto per la cappella dei duchi d’Urbino (De Marchi, 1999, p.11), nel quale l’Annunciazione è rimasta fino al 1862, quando venne trasferita presso la Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno.

Il confronto fra la xilografia del maestro tedesco e la redazione pittorica del Reni rivela l’originale interpretazione proposta dal pittore felsineo rispetto all’autorevole modello: egli, infatti, concentra l’immagine avanzando le due figure e ciò comporta l’eliminazione di ogni riferimento all’ambiente in cui ha luogo l’evento, descritto invece da Durer con grande precisione anche nei dettagli dell’orditura lignea del soffitto.

Mentre nella composizione dureriana l’angelo, appena sceso nella stanza di Maria, occupa il centro della scena, proponendosi come il protagonista della stessa, nella tela ascolana di Reni il centro della scena è sgombro di figure e l’occhio è libero di ammirare il bellissimo e trasognato paesaggio, trascolorante nell’azzurro del cielo. Più calzante è invece il confronto relativo all’impostazione della figura di Maria che ascolta a capo chino l’annuncio recatole dall’angelo, esprimendo nel contempo turbamento interiore, accondiscendenza al volere divino e verginale pudore mediante il semplice gesto di portare la mano al petto reclinando il bel volto assorto.

Come ha puntualizzato di recente Pepper sulla base di una più antica indicazione di Giulio Cantalamessa, l’artista bolognese aveva dipinto in varie circostanze questo soggetto: una prima versione, risalente agli anni 1610-1611, era destinata alla Cappella dell’Annunziata del Palazzo del Quirinale, dieci anni più tardi dipingeva la tela della chiesa di San Pietro in Valle a Fano. La redazione ascolana risale agli anni 1628-1629, mentre l’ultimo esemplare, eseguito con tutta probabilità intorno al 1631-1632, venne collocato a Parigi nella chiesa dei Carmelitani.

Per la tela di Ascoli Piceno sono stati individuati due studi preparatori conservati presso gli Uffizi (inv.158 3F e inv. 12434F), il primo dei quali presenta una prima idea per la figura dell’Angelo proposto in una posizione più scorciata e più mossa, mentre il secondo, eseguito con gesso nero su carta azzurra, presenta tutte le caratteristiche definitive della stessa figura angelica, dalla fisionomia delicata dell’adolescente alla postura lievemente inarcata che determina la fluida successione delle pieghe della veste.

La collocazione cronologica dell’Annunciazione di Ascoli Piceno include il dipinto in un momento di passaggio dell’attività di Guido Reni che precede la svolta verso una stesura pittorica caratterizzata da un’evidente astrazione. La cura nella resa dei dettagli, l’attenzione ai valori “tattili” espressa nella meticolosa trascrizione pittorica dei gioielli che ornano la veste dell’angelo annunciante, dei morbidi capelli, delle stoffe seriche esprimono nella tela ascolana una resa del vero assai convincente che deriva anche dalla conoscenza della incisione di Durer, dalla quale il Pepper fa discendere la resa puntuale del panneggio della veste indossata dalla Vergine nella versione parigina dello stesso soggetto.

Sin dal 1724, circa un secolo dopo la realizzazione della tela, Tullio Lazzari (pp.67-69) celebrava l’Annunciazione del Reni come uno dei capolavori ascolani, “... da tutti i virtuosi ammirata per una delle più belle, se non la più bella delle sue bellissime dipinture”: lo studioso si lanciava poi in una dettagliata descrizione della Vergine e dell’Angelo annunciante, lodandone l’atteggiamento decoroso e composto, la finezza dei colori., il mirabile artificio esibito dall’artista nella distribuzione delle luci, l’armonioso contrasto fra le due principali figure e l’aria soprannaturale che spira dalla composizione.

Pochi anni più tardi era il perugino Baldassarre Orsini (pp.167-170) a tessere le lodi della tela ascolana del Reni, con la consapevolezza dello studioso competente anche nel campo delle tecniche artistiche, in quanto in gioventù l’Orsini aveva frequentato l’atelier romano di Pierre Subleyras: si spiega così la lunga digressione relativa ai campi luminosi che Reni riesce ad accordare per via di armoniche soluzioni e l’esaltazione del disegno come lo strumento primario per il conseguimento di quella bellezza ideale che caratterizza le composizioni del maestro bolognese.

Il paragone fra Raffaello e Reni, evocato dall’Orsini in apertura del suo testo, corrisponde ad un topos ricorrente nella letteratura artistica del Seicento, ripreso poi con convinzione dai teorici del Neoclassicismo. Assai più contenuti sono i commenti sulla tela del Reni che si leggono nella guida della città di Ascoli Piceno pubblicata nel 1853 dall’architetto fermano Giovanni Battista Carducci, il quale dedica al dipinto soltanto poche righe, non mancando tuttavia di ricordarlo come il “...primo ornamento pittorico di Ascoli” (p.198).

La “calata dei bolognesi” iniziò precocemente nelle Marche, con l’arrivo a Loreto della “Natività di Maria” di Annibale Carracci (oggi a Roma, Musei Vaticani) eseguita nel 1599: ad essa facevano seguito nell’arco di circa trenta anni altre preziose tele di Domenichino, Lanfranco, Reni e Guercino destinate alle maggiori chiese della regione adriatica (C. PIZZORUSSO, La pittura del seicento nelle Marche, in “La pittura in Italia: Il Seicento” a cura di M.Gregori-E.Schleier, Milano 1989, vol.I, pp.387-390), opere che contribuivano a rinsaldare il rapporto con la cultura artistica felsinea che aveva avuto inizio sin dal XIV secolo con l’arrivo nelle Marche delle tavole gotiche di Andrea da Bologna.

Stefano Papetti - Direttore Pinacoteca Civica di Ascolpi Piceno